La flessibilità è un requisito indispensabile per praticare yoga? Molto spesso – a torto – si pensa di si.

Come se la riuscita di un asana dipendesse, appunto,da quanto il nostro corpo sa essere flessibile. In realtà, come vedremo, lo yoga è, paradossalmente, la disciplina dei non flessibili.

Flessibilità: quante volte – magari guardando i nostri insegnanti preferiti piegarsi come sedie in posizioni da contorsionisti – non abbiamo pensato “Seee lallero, beati loro ad avere un corpo così flessibile!”? Personalmente, spessissimo.

Le prime volte a lezione

A maggior ragione se, come la sottoscritta nelle primissime volte, anche un semplice piegamento in avanti comporta una fatica bestiale con le mani che distano molti centimetri dal pavimento. Anche una volta diventata praticante un pochino più esperta, ho sentito più persone mettere come scusa per non praticare yoga la scarsa flessibilità, come se quest’ultima fosse, appunto, un requisito indispensabile per potersi dedicare a questa disciplina.

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Nulla di più sbagliato, amici miei. Il non essere flessibili, paradossalmente, ci avvicina di più allo yoga.

Quale che sia il motivo per cui si è deciso di avvicinarsi allo yoga (per ritrovare un senso di benessere fisico? Per un problema di salute? Per allontanare dalla propria vita stress e ansia?), praticare ci mette tutti in una posizione, almeno iniziale, di fatica fisica.

Il corpo non sembra rispondere bene: la schiena è rigida, le articolazioni scricchiolano, i muscoli tirano. In una lezione, soprattutto se siamo principianti assoluti, veniamo letteralmente centrifugati.

Prendere coscienza

Quando siamo piegati sul tappetino, cercando di far arrivare le nostre mani ai piedi e non vi riusciamo, mentre il vicino alla nostra destra è tipo una sdraio piegata, viene proprio da sbottare: “aha, flessibilità, beata chi ce l’ha!”. Ma la flessibilità, quell’ agognato traguardo che molti di noi desiderano per il proprio corpo, non sempre può essere un aiuto a vivere lo yoga.

yoga-flessibilitaSul tappetino, nel cercare di ricreare una comunione sacra tra il corpo e la mente, ci siamo solo noi e la voglia di metterci in gioco. Un gioco tra due forze opposte, l’abbandono e le resistenze. Abbandonarsi alla pratica, aiutarsi con il respiro a lasciar andare ogni tensione è qualcosa di straordinariamente prezioso, un’intenzione che ci accompagna soprattutto fuori dalla pratica, nella vita di tutti i giorni. Sono le tensioni che giornalmente accumuliamo a rendere difficile il vivere nel modo più sereno possibile la quotidianità: tensioni dovute allo stress, alle arrabbiature, alle difficoltà.

La mente si irrigidisce, il corpo si indurisce e ogni cosa diventa difficile quando non dolorosa. Una mente contratta non permette di assimilare pensieri positivi, così come un corpo contratto ci renderà, nel tempo, più soggetti a incappare in piccoli e grandi fastidi fisici.

Mettiti a lavoro

Lavorare sulle nostre rigidità è, quindi, un ottimo modo per lavorare in primis su noi stessi, sui nostri limiti e sulle nostre potenzialità. Accettare un corpo rigido e una visione del mondo ancora limitata è il primo grande passo per la più importante (e bella) delle rivoluzioni che possiamo attuare in noi stessi.

Ecco, allora, che la non flessibilità ci porta fin da subito ad essere yogi: lavorare, serenamente, per riportare una nuova energia in tutto il nostro essere, respirare lì dove sentiamo i blocchi più grandi, e sorridere di fronte alle ginocchia che devono piegarsi o alle mani che ancora non toccano terra.

articolo di Chiara Amati